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Giornata Mondiale della Poesia

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Ogni 21 marzo, dal 2000, si celebra la Giornata Mondiale della Poesia, istituita dall’Unesco per ricordare a tutte le generazioni che l’espressione poetica ha un ruolo fondamentale nel mantenimento dell’equilibrio comunicativo di una società.

Giornata Mondiale della Poesia, 21 marzo 2017, come stabilito dalla XXX Sessione della Conferenza Generale Unesco nel 1999.

Il giorno dedicato alla celebrazione dei versi coincide con il primo giorno di Primavera. Pura casualità?

Giovanni Puglisi, Presidente della Commissione Nazionale Italiana per l’Unesco, ha dichiarato che la celebrazione della Giornata Mondiale della Poesia rappresenta “l’incontro tra le diverse forme della creatività, affrontando le sfide che la comunicazione e la cultura attraversano in questi anni”.

Più che di sfide della comunicazione io parlerei di crisi culturale, spesso celeta sui social da aforismi, citazioni e “catene di sant’Antonio” che tentano di  arginare un problema di portata mondiale.

Nella società in cui viviamo manca la poesia. Una parola che spaventa gli adolescenti, quando devono studiare regole metriche e perdersi nelle figure retoriche, e i docenti che devono superare i tabù di una generazione non abituata a parlare d’amore in versi.

La poesia è ignorata anche da gran parte degli adulti. Questo non vuol dire non aver mai letto un verso di Leopardi, Keats o di Foscolo. Significa che, quando si entra in una libreria o si sfoglia il catalogo su Amazon, l’occhio e il dito vanno in un’unica direzione. Romanzo, soprattutto il best seller del momento.

I “poveri” classici restano sempre sconfinati in un angolo remoto tra i formati commerciali e tascabili. Per non parlare dei testi poetici.

La società ha fame di poesia, ma ancora non lo sa. La società, però, deve riscoprire il significato primordiale di poesia.

Dal greco Poieo‘, che significa produrre, fare, creare o, se facciamo un salto più indietro, dalla radice sanscrita pu- cioè generare, procreare. Primavera vuol dire ardente, splendente”.

La data scelta dall’Unesco per la Giornata Mondiale della Poesia non è frutto del caso. Dal 1999 ci stanno chiedendo di rivolgere nuovamente la nostra attenzione alla bellezza. Ci implorano di produrre qualcosa che accenda i cuori, divampi gli animi e getti secchiate di rinnovato romanticimo sulla volgarità che dilaga soprattutto tra i giovani.

Prima dei racconti, l’uomo ha sempre generato versi. Dolore, sofferenza, gioia, tragedia ed emozione venivano elevati a bellezza artistica.

Oggi ogni sensazione diventa prima res publica e poi lirica. La razionalizzazione di un evento giunge attraverso un processo di esternalizzazione, proprio come avviene nelle popolazioni rimaste allo stato primitivo. Un fatto accade realmente solo se è condiviso dall’altro. Un fatto si ritiene superato solo se è accettato ed esorcizzato grazie al superamento psicologico della massa.

A differenza di quanto avviene nelle popolazioni indigene, nelle società sviluppate la condivisione avviene velocemente e virtualmente. Tutto viene consumato in pochissimo tempo. Da qui ne consegue la rapidità con cui un libro ottiene l’affermazione. La velocità del successo dei social network, in cui tutti sembrano avere tanti amici, tante parole da dire, tante situazioni da mostrare per raggiungere fini lontani dal reale sentire.

Sarà il riso tragico del nulla? “Sarà un luogo dove milioni di giovani si radunano per esorcizzare l’orrore della loro solitudine” (Eugenio Montale)

La Giornata Mondiale della Poesia deve far riflettere su quanto sia oggi necessario vivere emozioni positive, belle, pure. La poesia richiede pazienza, concentrazione, introspezione, studio, perdita, ritrovamento.

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Basta soffermarsi sul grande numero di adolecsenti che impugnano un’arma per vendicarsi dell’abbandono da parte della dolce metà. I femminicidi aumentano a dismisura. Gli stupri hanno raggiunto una cifra indicibile. Fuori controllo pestaggi e violenze a danno dei più “deboli”. Un diversificato analfabetismo sta riconducendo la società a nuovo medioevo.

Una nuova ondata barbarica saccheggia quotidianamente le nostre case e le nostre vite, ma noi continuiamo a chiudere gli occhi e a tappare le orecchie.

Si ha tanta voglia di raccontare, ma poco desiderio di abbracciare il senso di assoluta meraviglia, che si racchiude in piccoli dettagli, i quali si annidano nelle metafore, negli ossimori, nelle parole ricercate e sofferenti.

La poesia somiglia a un fiore del Tarassaco: leggera, non invadente ma invasiva, trasforma un normale giardino all’inglese in un campo stellato. Non a caso il dente di leone, uno dei tanti nomi del fiore oltre a soffione, deriva dal greco  “tarakè” che significa “scompiglio, turbamento” e da “akos” che significa “rimedio”.

La poesia è così: turba, crea disordine nell’animo, genera domande e inquietudini, ma allo stesso tempo dà la soluzione ai tutti mali. Ridona equilibrio e bellezza.

Qual è il destino della poesia?

“C’è una grande sterilità in tutto questo, un’immensa sfiducia nella vita. In tale paesaggio di esibizionismo isterico quale può essere il posto della più discreta delle arti, la poesia?” From Les Prix Nobel en 1975, Editor Wilhelm Odelberg, [Nobel Foundation], Stockholm, 1976

Riportiamo la poesia nelle scuole, nelle case e nelle nostre vite. Ogni tanto spegniamo internet e abbandoniamoci alla lettura intima dei versi, nei quali possiamo ritrovare l’antico sentire della vita che scalpita.

Ai nostri bambini, amici e parenti regaliamo un libro, scegliendolo con cura e amore. Doniamo un pensiero in versi, che possa avvolgere chi amiamo nelle protettive braccia dell’eterna bellezza.

PH Ennio Tullo

 

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