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Anish Kapoor torna con una mostra a Roma

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Anish Kapoor, uno dei più grandi artisti contemporanei, inglese ma di origine indiana, dopo 10 anni torna a Roma, esponendo al Macro 30 opere, di cui 24 inedite, fino al 17 aprile 2017.

La personale romana dell’artista angloindiano, celebre per le opere specchiate, testimonia la costante ricerca in ambito formale e concettuale rilievi e dipinti composti da strati di silicone rosso e bianco e poi sculture che sono strutture monumentali, come la straordinaria Sectional Body Preparing for Monadic Singularity.

Anish Kapoor
Anish Kapoor in mostra al Macro di Roma (CREDIT: uff. st.) – DA D. GIAMMUSSO

La materia diventa carne e poi sangue. Concavo e convesso diventano punti di vista con cui dialogare con l’io interno e l’Io esterno, che si assottigliano per riprendere forma in un dialogo sempre più intimo e introspettivo.

Il Macro sarà aperto il 24 e 31 dicembre dalle 9 alle 17, il 25 dicembre e 1 gennaio dalle 11.00 alle 18.00.

Anish Kapoor  è nato a Bombay il 12 marzo 1954) è uno scultore e architetto britannico.  Nato da padre indiano e da madre ebrea irachena, a diciannove anni, dopo aver studiato due anni in Israele in una scuola di elettronica, si sposta in Inghilterra per iscriversi alla scuola d’arte. Si appassiona alle macchine celibi di Marcel Duchamp e conosce colui che diverrà il suo maestro, Paul Neàgu. Dà vita a una serie d’installazioni volte a indagare i temi portanti nel suo percorso artistico: l’androgino, ovvero la dicotomia femminile-maschile, la sessualità, il rito con un uso più ampio del mezzo scultoreo in sintonia con alcune ricerche degli anni sessanta, come l’arte povera o l’opera di Joseph Beuys. Nel 1979 riscopre il suo essere indiano recandosi nel suo paese d’origine prendendo coscienza di una sorta di extraterritorialità sul limite di due culture, la cultura orientale e quella occidentale. Kapoor ritorna in Inghilterra e crea la serie dei 1000 Names, instabili oggetti scultorei. Nel 1980 presso lo studio di Patrice Alexandre a Parigi, espone la sua prima mostra. L’anno successivo alla Coracle Press diLondra ottiene la sua prima mostra personale. Nasce una forte amicizia con il titolare della Lisson Gallery di Londra, Nicholas Longsdail. Nel 1990 partecipa come rappresentante della Gran Bretagna alla XLIV Biennale di Venezia dove viene premiato. Nel 1991 vince il Turner Prize. Ottiene varie commissioni, sia pubbliche che private. Utilizza diversi materiali: dal marmo di Carrara, al granito, all’ardesia, all’arenaria per opere come Void Field o Ghost del 1989. Si cimenta con le superfici riflettenti, creando specchi deformanti o che addirittura annullano l’immagine stessa, dando vita a opere come Double Mirror del 1997, Turning the World Upside Down del 1995 o Suck del 1998. La Taratantara è un’opera per il Baltic Centre diGateshead. Il Millennium Park di Chicago gli commissiona il famoso Cloud Gate, dalla forma di grande fagiolo lungo diciotto metri e alto nove di acciaio inossidabile. È un’opera senza centro, un grande specchio deformante che riflette il paesaggio che lo circonda e il cielo in un’unica superficie. (Fonte Wikipedia)

 

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